Fino a che l’Università avrà i calzini bucati…

novembre 28th, 2010 § Commenti disabilitati § permalink

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universita triesteSe guardiamo indietro alle macerie lasciate dal ministro Gelmini con le finte riforme dell’istruzione primaria e secondaria (scuole che non possono pagare la pulizia delle aule, quasi estinzione degli insegnanti di sostegno, ritorno dei voti spacciati come terapia risolutiva per bullismi e asinerie varie), questo tentativo in ambito accademico è forse un passo avanti: qualche minima idea c’è, qualche parte del provvedimento potrebbe essere condivisibile. Ad esempio, non c’è dubbio che una ricerca di alto livello (quale dovrebbe essere quella universitaria) non possa essere realizzata finché permangono criteri di reclutamento di ricercatori e professori opachi e legati ad amicizie e consorterie: del resto, lo sappiamo da anni e da anni ci promettono ricette miracolose, senza che nulla sia cambiato. Ancora, non mi sembra un’eresia pensare che il ruolo del ricercatore non possa essere ricoperto a vita: se vogliamo promuovere il merito, chi è più bravo (attenzione, non migliore di altri come persona, ma più abile nel suo ambito di studio: non si tratta di dare giudizi di moralità) verrà gratificato con il passaggio alla docenza, mentre chi non riesce a fare questo salto di qualità dovrà trovare un altro sbocco lavorativo.

Purtuttavia restano, irrisolti, una serie di gravi problemi, i quali rendono difficile il raggiungimento degli scopi prefissi dalla riforma e mi sembrano giustificare ampiamente queste giornate di protesta degli studenti. Anche qui, un paio di esempi solamente. Nel momento in cui ci si propone di introdurre dei cambiamenti che avvicinino l’Università italiana a quelle europee e d’oltreoceano, bisogna essere consapevoli degli oneri economici da sopportare per sostenere ricerca, studio e insegnamento: coi tagli già realizzati e quelli alle viste nei prossimi anni, è verosimile pensare di rendere migliore e competitivo il sistema (il quale, ricordiamolo, parte già da una posizione di forte sottosviluppo)? Oppure, il destino dei ricercatori: non può essere lasciato in balia del caso e del mercato, ma vanno garantiti alcuni diritti di base. Prima di tutto,  quanti si impegnano per anni nell’attività di ricerca, con questo aumentando la ricchezza culturale e tecnico-scientifica di tutto il paese, debbono ricevere uno stipendio dignitoso e i mezzi per realizzare le proprie intuizioni; in secondo luogo, quando lasciano l’Università la loro esperienza deve valere come credito formativo di alto livello per l’inserimento nel mondo del lavoro (altrimenti, continueremo a fabbricare precari ad alto grado di specializzazione e frustrazione).

Panorama italiano – 5 ottobre 2010

ottobre 5th, 2010 § Commenti disabilitati § permalink

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Titanic

1. Che il governo è appeso a un filo, non devo certo venire a dirvelo, io; che la probabilità di andare a votare da qui a pochi mesi con questa orrenda legge elettorale ormai si avvicina asintoticamente a 1, nemmeno: bene, quindi questo primo punto lo consideriamo archiviato senza bisogno di digitare altri inutili caratteri sullo schermo.

titanic

2. Tutta la mia solidarietà (umana, ché politicamente la nomina è comunque pessima) a Paolo Romani, nuovo ministro dello Sviluppo Economico: per occupare l’ufficio di fianco (era il vice di Scajola), ha dovuto attendere sei mesi, nel corso dei quali Berlusconi pare abbia offerto il ministero perfino ad un quasi (ma anche) esponente dell’opposizione (Calearo) e forse al suo cane, prima di rassegnarsi alla soluzione “interna” (tipo quando mettono l’allenatore della primavera sulla panchina della prima squadra, in attesa di tempi migliori). Non c’è che dire, una bella iniezione di fiducia.

3. Nella messe sconfinata di fatti inaccettabili che la realtà imbandisce ogni santo giorno sulle nostre tavole (pescando nel mucchio: fame e carestie, conflitti armati, cure negate ai clandestini), mons. Ignacio Carrasco de Paula, presidente del Pontificio Consiglio per la Vita, ha scelto come bersaglio l’assegnazione del Nobel allo scopritore delle tecniche di fecondazione artificiale. La spiegazione di tale (prevedibile, ahimè) scelta sarebbe questa qua: ”Innanzitutto, senza Edwards non ci sarebbe il mercato degli ovociti con il relativo commercio di milioni di ovociti; secondo, senza Edwards non ci sarebbero in tutto il mondo un gran numero di congelatori pieni di embrioni che nel migliore dei casi sono in attesa di essere trasferiti negli uteri ma che più probabilmente finiranno per essere abbandonati o per morire e questo è un problema la cui responsabilità è del neo-premio Nobel.” Motivazione che, al di là di come la si pensi sull’argomento, è talmente strampalata dal punto di vista logico da configurarsi come vero e proprio non sequitur, equivalente a sostenere –ad esempio- che la responsabilità dei giustiziati sulla sedia elettrica è di Edison e dei suoi studi sull’elettricità.

A che latitudine sta la paura?

settembre 7th, 2010 § 1 comment § permalink

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presa diretta_iacona E’ giunto settembre, tutto lo stivale rabbrividisce alle prime avvisaglie d’autunno: i brividi veri, però, ce li ha portati il ritorno delle inchieste “sul campo” di Riccardo Iacona e del suo Presa Diretta. La prima puntata, “’Ndranghetisti”, è stata il consueto pugno nello stomaco: già sapevamo di quanto la criminalità organizzata calabrese, nonostante l’impegno delle sempre peggio finanziate forze dell’ordine e di magistrati come Nicola Gratteri  (banalmente, i veri eroi civili, che vivono una vita impossibile tra scorte e bunker, quasi fossero loro i criminali), sia ormai assurta a mafia numero uno del continente europeo, con una espansione su scala mondiale che nemmeno i “picciotti” siciliani forse sono riusciti a raggiungere; ora sappiamo anche quanto profondamente questo male abbia infettato ogni struttura produttiva di tutto il paese, fino a quel famoso “Nord che produce” e che ai più alti livelli molti ancora dicono  essere un’isola felice ove la criminalità organizzata non alligna.

Quando vedi paesi dell’hinterland milanese soffocati da pizzo e usura, quando assisti a deposizioni processuali di imprenditori e ‘ndranghetisti padani (doc o acquisiti che siano) le quali, in tutto e per tutto, ricalcano quanto siamo abituati a vedere e sentire nelle fiction su Corleone, Palermo, Casal di Principe o San Luca (“non ricordo…davvero ho detto così durante l’interrogatorio in procura? mai subite minacce…”), allora ti rendi conto che la solita teoria delle poche mele marce è solamente un modo per girare il capo altrove e non voler affrontare la realtà. Capisci anche che, quando parliamo di omertà, non parliamo di una condizione genetica con cui viene al mondo chi nasce a determinate latitudini, ma della risposta alla (sacrosanta) paura di ciascuno di noi se,  di fronte alle intimidazioni mafiose, trova una società che non è in grado di proteggere i suoi membri più fragili e li lascia soli ad affrontare i prepotenti. Basta vedere come, in ambito repressivo, le nostre priorità e gli sforzi maggiori sembrano volti a fare piazza pulita di quei pericolosissimi criminali che sono “vù cumpra’”, lavavetri, mendicanti: perché certo, possiamo agevolmente sopportare che dentro i cantieri si mozzino le dita e si minaccino le famiglie degli imprenditori in disgrazia, ma non sia mai che si attenti al decoro urbano ed al nostro tempo prezioso…

Villaggio vacanze Italia (Muammar’s camping)

agosto 29th, 2010 § Commenti disabilitati § permalink

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Con una pervicacia che comincia a preoccupare, l’amico Muammar è tornato in ferie a Roma anche in quest’ultimo scorcio di agosto, con il suo corteo di amazzoni in divisa, cavalli berberi e capricci da divo. Ad attenderlo, ancora una volta, un piccolo harem di circa 200 ragazze (500 secondo la Stampa, ma la questura contesta il dato), assiepate davanti ai cancelli del’ambasciata libica. Come un anno fa, pure quest’anno le pulzellette hanno dovuto sorbirsi nientepopodimenoche… la lectio magistralis sull’Islam (da leggersi a mo’ di “la corazzata Potemkin!”) e  -immagino- su quanto bene faccia alla pelle delle donne: qualcuna si è lamentata, forse perchè le repliche non sono mai belle come la “prima”. Sollecitato da una domanda sull’ingresso della Turchia in Europa,  Gheddafi sembra abbia auspicato che tutto il nostro continente dovrebbe votarsi alla religione del Corano: peraltro, il leader libico dev’essere un abile missionario, se veramente gli è riuscito di convertire seduta stante almeno tre delle sue ospiti. Nel frattempo, che faceva il nostro sempiterno eroe, l’amico Silvio? Stranamente, disertava la muliebre adunanza per una sobria presenza a San Siro, dove il suo Milan strapazzava il Lecce 4-0. Ma come:  viene in campeggio il più illustre dei turisti e l’animatore più bravo del nostro villaggio vacanze se ne sta allo stadio?

A novembre dello scorso anno, scrivevo un post dal titolo “Metti una sera a casa Gheddafi.” Oggi che la farsa si replica, mi accorgo di avere un po’ la nausea per tutto questo: d’accordo, la ragion di stato il petrolio libico tripoli ormai nelle banche italiane e perfino nella juve gli accordi sugli sbarchi etc. etc. Però, insomma, qui si tratta di pagliacciate e pure di prese per i fondelli…

Import-export: persone come cose

agosto 21st, 2010 § 3 comments § permalink

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http://temi.repubblica.it/limes/da-dove-vengono-i-migranti-2Spiace notare che in campo internazionale il nostro paese è in grado di esportare esclusivamente le idee ed i comportamenti più deteriori: noi respingiamo i barconi di disperati nelle fauci dei libici, la Francia ci copia con l’espulsione di rom e altri indesiderati. Provvedimento, quest’ultimo, tutto di “ispirazione italiana” anche nella sua demagogia, perchè come i respingimenti non alleviano per nulla la pressione migratoria verso l’Italia (i flussi in entrata sono costituiti per la stragrande maggioranza da ingressi via terra, attraverso le Alpi in stile “Annibale ed i suoi elefanti”: vedi cartina), così il provvedimento di Sarkozy si risolve in una sorta di “partita di giro:” essendo per lo più romeni e dunque comunitari, non appena scesi a Bucarest, i più furbi faranno check-in ad un altro gate e ripartiranno per Parigi (con i 300 euro elargiti dal governo francese sempre in tasca). Insomma, quello che conta è fare cagnara per spaventare le persone oneste (che si sentiranno indesiderate in Francia e dunque magari non ci torneranno) e lasciare campo libero a chi si fa pochi scrupoli: che volete che sia un ostacolo di tal genere, per chi già vive il suo quotidiano oltre il confine della legalità?

Forse per non sentirsi superato a destra da Sarkozy, il ministro Maroni rilascia oggi un’intervista al Corriere in cui addirittura rilancia, sostenendo che la Francia fa bene, ma che noi andremo “oltre”: attualmente non sembra che questo oltre saranno vagoni piombati, ma la possibilità di espellere dall’Italia anche i cittadini comunitari. Non tutti, comunque:

«Sì, espulsioni come per i clandestini, non rimpatri assistiti e volontari. Naturalmente solo per chi viola la direttiva che fissa i requisiti per chi vive in un altro Stato membro: reddito minimo, dimora adeguata e non essere a carico del sistema sociale del Paese che lo ospita. Molti rom sono comunitari ma non rispettano nessuno di questi requisiti».

E vengono in mente, dopo queste parole che ognuno può interpretare come crede  (per ora, con raccapriccio noto che tutti gli pseudosondaggi di queste ore, sia quelli televisivi che quelli on-line, danno maggioranze schiaccianti a favore di questi interventi di “pulizia sociale”), le frasi attribuite a brecht che si citano in ogni dove (per una volta a proposito):

Prima di tutti, vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendermi e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Fermiamoci un attimo a pensare: oggi vogliamo espellere dei cittadini comunitari dal nostro paese. Egoisticamente, a noi italiani, tutto sommato, che ci importa? C’è la crisi economica, meno siamo e meglio stiamo: meno stranieri, meno criminalità (equazione sbagliata, ma martellante in ogni discorso leghista). Quando sarà finalmente tra noi questo meraviglioso “federalismo”, cosa vieterà di espellere i calabresi disoccupati dalla Lombardia, i lucani  senza fissa dimora dal Veneto (Zaia ha vinto le elezioni con il motto “prima il Veneto”, ovvero i veneti), i piemontesi usurpatori dal Lazio? Se partiamo dal principio che  i rom sono tutti delinquenti, allora dobbiamo considerare i siciliani tutti mafiosi…

Bossiful – puntata 3432

luglio 30th, 2010 § Commenti disabilitati § permalink

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Bossiful 

Una soap italo-padana

Antefatto: la storia è incentrata sulle vicissitudini di due grandi famiglie politiche italiane, i Moderati ed i Progressisti: i primi, raccolti attorno al vecchio patriarca, Re Ber Luscòn, travolti dalla faida intestina tra le due favorite del capo, la sofisticata moglie Gianfranca  e la spavalda e focosa amante Umberta (detta “il Bossi”); i secondi, da tempo immemore assoggettati al dominio di Ber Luscòn, nella perenne attesa di un eletto, tale Lidèr Maximo, il quale -stando ad un’antica profezia ritrovata tra i rotoli del Mar Morto- li sottrarrà infine al giogo dei Moderati.

Puntata 3432:

news_immagine_piccola_804116594 La bella Umberta, con il suo sapiente gioco di darsi e non darsi, ha ormai stabilmente raggiunto la primazia tra le favorite di Ber Luscòn: in tutte le bettole del paese si raccontano cose turche di ciò che i due combinano (insieme al Visconte De Trèmont!) durante i consueti “incontri del caminetto”, che si svolgono il lunedì notte nel castello padano di Arcores. Fino ad ora la mite Gianfranca ha sempre sopportato in silenzio, limitandosi a censurare pubblicamente i comportamenti opachi e pericolosi degli amici più stretti di Ber Luscòn, il consigliori Marchese Dell’Otre ed il Gran Ciambellano Barone Verdùn. Ora, però, Ber Luscòn ha veramente passato ogni limite: in tutto il regno non si parla che dei nuovi gioielli regalati dal Re all’Umberta, la quale non perde occasione per sfoggiarli con la sfrontatezza di quella che sa d’essere ormai la nuova favorita. Ed in effetti si tratta di due manufatti di grande pregio: un pendaglio in oro massiccio e lapislazzuli, raffigurante il leone di San Marco mollemente adagiato in una comoda gondola e intento a leggere il Vangelo, e un paio di orecchini di diamanti a forma di tartufo d’Alba. Quello che ha mandato su tutte le furie la Gianfranca, però, non è stata la munificenza del dono, bensì il suo significato “politico”: i due gioielli sono infatti le insegne che sola può portare la "Duchessa di Poenta e Osei”, titolo che permette all’Umberta di rivendicare come propri i territori della Cispadana. Questo titolo la Gianfranca lo agogna invano da più di 15 anni, ma Ber Luscòn non ha mai voluto concederglielo, nemmeno nei giorni spensierati dei mille viaggi insieme nei regni più esotici e delle battute di “caccia al negher” che tanto avevano contribuito a cementare il perduto legame tra i due coniugi. La povera Gianfranca, ormai accecata dall’ira, istruisce così le sue damigelle d’onore, Bocchetta e Granita, affinché in tutti i circoli di taglio e cucito del regno spargano la voce che la relazione del sovrano con l’Umberta è solo di facciata, perchè Ber Luscòn non è più in grado di soddisfare le signore tra le regal lenzuola: sa, infatti, quanto questo dell’orgoglio maschile è un vero punto d’onore per il marito. Il lavoro delle due damigelle è così capillare e veloce, che già dopo pochi giorni tutti i cantastorie del regno debbono aggiornare l’elenco delle loro ballate con La storia del Re Cilecca, già richiestissima ad ogni angolo di strada. Quello che un tempo Ber Luscòn amava chiamare il “popolo dell’Amore”, la grande famiglia dei Moderati, brucia sempre più tra le fiamme di un odio inestinguibile e  lacerante.

Intanto, nel suo palazzo, il Re medita vendetta con i suoi fedelissimi: ripudiare la moglie ribelle non gli basta, vuole anche umiliarla e farle terra bruciata intorno. L’idea migliore viene al giullare di corte, il poeta B(u)ondì: una bella accusa di pedofagia è quel che ci vuole per mettere fuori gioco l’arrogante Regina Gianfranca. Difatti, quest’accusa è, da sempre, il cardine attorno a cui è articolata la strategia di  mantenimento del potere da parte del clan dei Moderati, i quali la utilizzano per bandire dal Regno quei membri dei Progressisti che cerchino di alzare la testa contro l’oppressione di Ber Luscòn. E cosa c’è di meglio di degradare la regina al rango di vile suddito e addirittura di paria per definizione, ovvero di Progressista, per distruggerne fortune ed onore? Si predispone, dunque, una sentenza di condanna per Gianfranca e le sue damigelle: durante il suo messaggio quotidiano al popolo dal balcone della camera da letto, il Re in persona pronunzia la parola fatale: pedofagia! Il popolo è sbigottito, molti quasi non riescono a credere alle parole del Re: ma come, la Regina una pedofaga? Ma se –ricordano alcuni- era stata lei stessa, negli anni passati, ad armare molti sicari per eliminare i Progressisti più accesi e pericolosi? Faceva dunque il doppio gioco?  Forse è stata traviata da qualche amico malfidato? Magari ha un amante tra i pedofagi, che ne ha corrotto l’antico nobile spirito! Povero Re Ber Luscòn, con una tale serpe in seno! Ora ci vuole una pena esemplare!

(Fine della puntata 3432 – Continua…)

Avanti coi cannoli

giugno 29th, 2010 § Commenti disabilitati § permalink

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romanzi_894 Dell’Utri condannato in appello a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa (rispetto al primo grado, pena ridotta di 2 anni per la non sussistenza delle accuse per i fatti dopo il 1992) e poco ci manca che ritornino fuori i famosi “cannoli” di Cuffaro (ma sono certo che una bottiglietta di spumante se la siano aperta, dietro le quinte): gli avvocati difensori cantano vittoria, l’imputato ride e scherza in conferenza stampa, ribadisce di considerare Mangano “il mio eroe” per essere morto omertoso e si vanta come artefice della strategia berlusconiana di avvalersi, durante i processi, della facoltà di non rispondere (legittima finché si vuole, ma non eticamente accettabile da parte di un politico).

In sostanza, una condanna per aver brigato con la mafia allo scopo (quanto meno) di  proteggere e favorire Berlusconi e le sue aziende, sembra a Dell’Utri e a molti del Pdl una bagatella da ragazzetti, di quelli che imbrattano i muri con lo spray (anzi, qualcosa di meno grave, visto con che dispiegamento di forze gli stessi personaggi si scagliano contro i vandali metropolitani).

Un po’ come se uno si rallegrasse perché pure se è stato riconosciuto colpevole di aver ucciso una vecchietta, è stato assolto dall’accusa di averle rubato la borsetta.

Sarebbe ora di dire basta

giugno 24th, 2010 § 3 comments § permalink

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Ora, va bene che in tempo di crisi non si butta via niente, che un governo cialtrone può essere meglio di nessun governo, che nel campo dell’opposizione si gioca come la nazionale italiana contro la Slovacchia, che non si può andare a votare ogni anno; va bene tutto, ma quanto a fondo dobbiamo andare ancora, quanto in basso dobbiamo scendere, prima che, non dico la gente per strada, ma quanto meno i sondaggi facciano una grossa pernacchia all’indirizzo di questo Berlusconi IV?

Solo oggi, dai giornali:

- Aldo Brancher, uno la cui semplice biografia dovrebbe essere suffciente a sconsigliarne qualsiasi impiego in ambito pubblico, fedelissimo del nostro premier, nominato “casualmente” solo una settimana fa ministro per il federalismo (carica doppione di quella di Bossi e pure di quella di Fitto), si avvale del legittimo impedimento in un processo che – sempre “casualmente”- vede oggi l’inizio del suo iter

- come rivelato dall’ottimo Fabrizio Gatti, nei fondali dell’arcipelago della Maddalena ci stanno rifiuti tossici in quantità: i lavori di bonifica, eseguiti (eseguiti?) in occasione del G8 poi spostato a L’Aquila, sono stati affidati dall’onnipresente Guido Bertolaso all’ormai famigerato cognato

- per protesta contro i gravi ritardi nella ricostruzione e negli stanziamenti del denaro necessario, il consiglio comunale de L’Aquila si è svolto a Roma, all’aperto, di fronte al Senato; negli stessi momenti, Silvio Berlusconi difende il sindaco di Palermo, che non avrebbe colpa alcuna (“Conosco da lungo tempo il sindaco Cammarata e so che è persona capace e responsabile. So che in ogni cosa mette impegno e passione, ma so anche che, come succede a tutti i suoi colleghi sindaci, non tutto dipende dalla sua capacità, dalle sue azioni, mentre tutti sono pronti sempre a chiedergliene il conto”) se la sua città è costantemente sommersa dai rifiuti (nonostante i cospicui e continui aumenti della Tarsu e gli interventi economici del governo)

- ieri era il ritorno dell’Ici (mascherata però da Imu, imposta unica sugli immobili: almeno salviamo la faccia, no?), oggi è la minaccia delle Regioni di restituire le proporie competenze allo Stato, se nella manovra correttiva (la crisi non c’è, ricordate? è solo un’invenzione della sinistra!) permarranno i drammatici tagli a enti locali e spesa sociale (un solo esempio, il blocco del turn-over in sanità: per ogni 5  sanitari che vanno in pensione, se ne potrà assumere solo 1, con il conseguente aumento degli straordinari per il personale rimasto e   lo scontato peggioramento dell’assistenza ai malati): il gioco  di dirottare il peso dei sacrifici economici (e quindi l’inevitabile scontento popolare da questi derivante) tutto sule amministrazioni locali è sempre più evidente e smaccato

Potrei continuare ancora, ma credo basti così. O forse no?

L’ossessione della sicurezza (body scanner anche nelle stazioni?)

giugno 15th, 2010 § 2 comments § permalink

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BODY-SCANNER-A-RETRODIFFUSIONE-DI-RAGGI-X Se proprio vogliamo perdere tempo nel tentativo di interpretare razionalmente le più recenti vicende del meraviglioso leghismo di governo, certo non sarà per esecrare le fesserie puerili di Zaia, che fa invertire l’inno di Mameli e il Va’ Pensiero all’inaugurazione di un plesso scolastico; nè per condannare quelli che a radio-padania hanno tifato Paraguay e non Italia (de gustibus: del resto, nella sgangherata e ridicola sfida di qualche settimana fa tra padania e Regno delle Due Sicilie, dovendo scegliere, io avrei preferito vincente quest’ultimo).

Esercitiamoci, invece, sulla freschissima dichiarazione del ministro Maroni, il quale preannuncia una imminente installazione dei meccanismi di Body Scanner nelle stazioni ferroviarie:

 «a fine luglio, finita la sperimentazione nei tre aeroporti, credo che installeremo i dispositivi in tutti gli aeroporti italiani e in tutti i luoghi dove c’è il rischio di incidenti, in primo luogo le stazioni ferroviarie».

Mi pare un’idea balzana ed irrealizzabile, oltre che inutile all’atto pratico.

Nelle stazioni ferroviarie non esiste il check–in: introdurre una procedura simile, con il numero dei passeggeri che ogni giorno prendono il treno (anche solo negli snodi principali), significherebbe rallentare sine die arrivi e partenze e ridurre il numero dei convogli giornalieri per ogni destinazione, rendendo ancor più congestionata la già poco efficiente rete italiana. Inoltre, in Italia ci sono 2280 stazioni; anche ammettendo di riuscire a coprire (con un esborso economico da fantascienza, vista la situazione attuale) le maggiori, le famose “centostazioni”, come la mettiamo con le medio-piccole (per non parlare di quelle molto piccole)? Non è pensabile piazzare strumenti del genere in ognuna di esse: quindi, se io volessi, ad esempio, organizzare un attentato a Venezia Santa-Lucia o semplicemente far esplodere un treno in corsa, mi basterebbe partire con le mie belle valigie esplosive da una stazioncina defilata (sulla linea Venezia – Trieste ce ne saranno almeno una decina). A cosa serve avere un bellissimo e nuovissimo boccaporto su di un sommergibile pieno di falle nella stiva?

L’ossessione per la sicurezza genera mostri.

Gli “indubbi vantaggi” della legge bavaglio sulle casse pubbliche

giugno 15th, 2010 § Commenti disabilitati § permalink

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bavaglio-allinformazione Estate, tempo di mondiali, anche la politica ed il dibattito pubblico si adeguano al clima balneare: il debito pubblico avanza inesorabile (è di ieri l’annuncio del nuovo guinness), ma dalle parti del PDL si pensa solo alle intercettazioni. E’ che forse siamo miopi noi, a credere altre le priorità del momento, mentre dovremmo lasciarci condurre dalla guida esperta dell’astuto Tremonti, il quale ha escogitato un piano sottile e diabolico: se ci pensate, infatti, limitare drasticamente le intercettazioni significa ridurre il potere di indagine degli inquirenti; il che porta, a saper guardare bene, almeno due ordini di vantaggi per l’economia italiana.

Innanzitutto, visto che diventerà più difficile perseguire molti reati, sarà necessario impiegare meno personale nel contrasto al crimine organizzato ed economico (che spreco!), con la possibilità di aumentare (a costo zero!) le risorse (umane e finanziarie) per debellare la vera emergenza del Paese, quella piaga che ogni giorno affligge noi cittadini operosi dell’opulenta Italia: la pletora di ambulanti abusivi e di queruli questuanti che infestano le nostre città e le nostre spiagge (leggetevi le cronache locali da quaggiù, si parla solo di questi argomenti) e fanno tanto sanguinare il cuore ai leghisti tutti ordine e disciplina.

In secondo luogo, meno reati perseguiti significa meno processi da istruire, quindi meno magistrati da stipendiare e –più in generale- meno spese per la giustizia: chissà, si potrebbe perfino arrivare ad affittare qualche aula di tribunale per aprirvi un bel centro commerciale (vedete, perfino un volano per l’economia in ristagno).

Insomma, forse la maggiore priorità in Italia è far approvare la nuova disciplina sulle intercettazioni, davvero una panacea per risanare il bilancio dello stato: stolto Fini che pare non averlo capito. Per fortuna, come amano dire dalle parti di Pontida e di Arcore, i cittadini sono con noi.

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