Tempi di prosa

ottobre 10th, 2010 § 1 comment § permalink

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Sarà che viviamo in tempi di prosa, per cui la poesia si trova preclusa la strada. Sarà che il romanzo di oggi si scrive facile, si legge rapido e basta la storia. Sarà che a scuola le poesie dovevi mandarle a memoria, ma potevi tranquillamente esentarti dal capirle. Sarà pure che come pacco natalizio l’ultima fatica di Bruno Vespa pesa molto più di un osso di seppia. Sta di fatto che a romanzieri e saggisti pare andar benone: scrivono tomi su tomi (lunghi… che lunghi!), ogni anno se ne escono con il loro nuovo capolavoro, vengono recensiti dappertutto e perfino se raccolgono in volume le ricette della povera nonna qualcuno che le mandi in stampa lo trovano di certo. Nulla di strano se pure le veline faranno uscire, al posto del consueto calendario, un noir scritto a quattro mani.

osso di seppia

 

 

Ma i poeti, signori miei, i poeti?

 

Ebbene i poeti, si sa, sono ormai estinti. Non per colpa loro, penso: chi si lascerebbe estinguere così, senza batter ciglio? Senza nemmeno tentare una mutazione che si adatti ai tempi nuovi? Senza, chessò, riciclarsi lungo la via della canzonetta?  “Ma -obietterete voi, miei colti e pignolerrimi lettori- quel che vai scrivendo son fandonie!” Sapete, difatti, dalle cronachette locali o dai trafiletti abbandonati in mezzo ai necrologi, come escano tuttora, quasi perfino sovente, nuove raccoltine di versi fatti come dio comanda; e che di poeti taluni esemplari ancora, seppur nascosti tra selve di provincia,  compitano amorevolmente rime e assonanze (e magari si ritrovano tra loro a guardarsi straniti per la scarsa attitudine alla compagnia, in quei premi di poesia presso località termali dove per partecipare devi pagare  e se ti va bene vinci una targa o una coppa, come per la cicloturistica). “Eh, ma si tratta di geronti, singoli maestri senza seguito né allievi” -risponderò io. La vena si va esaurendo rapidamente. Dove sono i nuovi Pasolini, i poeti civili? E i cantori del male di vivere, gli interpreti dei nostri giorni tribolati? E se anche vi sono, chi se li fila?

Chi di noi legge poesia, oggi? 

Come capire che l’arte contemporanea…

febbraio 10th, 2010 § 1 comment § permalink

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…non fa per me

Stasera, in una tv locale, ci stava un mercante d’arte che proponeva quadri di un anziano maestro milanese: arte astratta, principalmente distese monocromatiche quasi uniformi. Qualche opera presentava tenui gradazioni sul tema principale: blu-azzurro-bianco, magenta-rosso e così via (cinicamente ho pensato che forse avrebbero dovuto far realizzare al maestro anche la maglia ufficiale dell’Italia per i mondiali sudafricani: certo gli sarebbe venuta meglio). Il venditore sapeva il fatto suo: s’è speso a lungo sulla questione del colore e sul significato che ha nell’arte astratta, leggendo perfino un bel passo di Kandinsky sull’uso del blu, del giallo e del verde. Ha citato Ungaretti (sì, esatto: la solita “m’illumino d’immenso”), per invitarci a non credere meno “artistica” una composizione solo perché semplice sul piano formale (in senso opposto facendosi sfuggire di non apprezzare molto, ad esempio, la Monna Lisa). Mentre gigioneggiava così lanciato tra arti visive e poesia e cominciava a tirarmi sempre più dalla sua parte, piroettando da cornice a cornice in un crescendo di acume critico, gli si è però parato di fronte un ostacolo insormontabile: l’opera più grande, al centro dello studio. Raffigurava una tela bianca (probabilmente dipinta di bianco). Allora si è fermato un momento, interdetto, prima di lasciarsi sfuggire un laconico e sconsolato:

“Beh, signori, questa non ci provo nemmeno a proporvela: perché voi, da lì, vedete solo una tela bianca”.

P. Manzoni - Acrome 1958  Sfortunatamente in sala era presente l’autore in persona, il quale si deve essere lievemente risentito perché è prontamente apparso in video, claudicante e ansimante, nel tentativo di argomentare a favore di questa opera negletta dal pubblico, tirando fuori Fontana e i suoi tagli e Manzoni con gli “acromes.”

Insomma, ha tenuto a rimarcare di non essere stato l’unico ad aver avuto l’idea delle tele lavate con dash. 

 

Della Gioconda desnuda e di titolisti spericolati

novembre 17th, 2009 § Commenti disabilitati § permalink

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Ci hanno ricamato sopra in tutte le salse, su quello stramaledetto sorriso (che magari era solo l’esito di una paralisi a frigore del facciale); ci hanno perfino appiccicato sopra la foto di Leonardo in persona, per vedere se combaciava (e vai di teorie psicotendenziose sull’omosessualità repressa).

Quando uno storico dell’arte si sveglia mal girato e svogliato, è la volta che pensa ad un libro sulla Gioconda: si mette di buona lena, trova un documento incredibilmente rimasto per secoli a far da fermaporta in una qualche biblioteca del Chiantishire, costruisce una nuova e mirabolante teoria –meglio se nel filone complottardo da seguace di Dan Brown (pensate cosa ci hanno tenuto nascosto fino ad oggi! E loro sapevano, sapevano tutto!). 

Siamo dunque qui a commentare un altro di questi studi, in attesa di sapere cosa ne pensano quelli di Voyager. La cosa è semplice e financo banale, nel suo squallore: uno di quei sordidi accidenti  familiari che soli immaginiamo possibili nelle pieghe più estreme delle faccende della dinastia Forrester, mentre evidentemente potevano accadere pure nella colta Firenze del Rinascimento.

E allora, signore e signori: il segreto indicibile della Gioconda è che aveva una gemella nuda! Ebbene sì, nuda!

Svergognata!

Leggete coi vostri occhi:

screenshot.6

Uh, ma chi l’avrebbe detto mai: una signora così per bene, così a modo. Con un portamento, poi! Mica come quell’altra spagnola senza pudore che piaceva tanto a Goya, la Maja: quella sì, tutta desnuda!

 

Il Barbarossa e la padanità percepita

ottobre 15th, 2009 § Commenti disabilitati § permalink

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Nascita di un epos? Ai postumi…

1217605331757_barbarossa6 Vivo in Veneto e vi assicuro: non esiste nessuna, ma proprio nessuna padanità. Almeno, io non l’ho mai veduta, nè tantomeno la sento quando incontro qualcuno per strada. Tanto per cominciare, di Alberto da Giussano qui a nessuno è mai importato un fico secco; figurarsi cosa ce ne cale dei lombardi coi carretti o coi  carrocci, poi.

Da queste parti magari trovi rimpianto per i giorni dei dogi de venessia: perchè il leone di San Marco è proprio un bell’oggettino e sul gonfalone della  regione fa la sua figura.

Se ti sposti a Trieste incontri invece parecchi nostalgici dell’Austria e di Cecco Beppe: giusto per quell’idea di precisione e rigore che promana dal citare la vecchia burocrazia asburgica.

Ma gente che si sente padana, boh?

Prima dell’opera di Virgilio, immagino che nemmeno i Romani contemporanei di Augusto fossero consci della loro presunta discendenza da Enea e Ascanio detto Iulo: per far nascere un mito non è necessario che le vicende da cui lo si trae siano molto note. Basta un caso esemplare col topico fondo di verità da infarcire tramite una serie di variazioni funzionali ai propri scopi. Per cui il barbarossa_fortunaBarbarossa” di Renzo Martinelli, al di là dei suoi (molto opinabili) valori artistici, segna un deciso balzo di qualità nel pensiero leghista: più delle pagliacciate con l’ampollina sul sacro fiume, la storia dei lombardi contro l’Impero (non sarà Roma ladrona, ma comunque si tratta di un invasore nominalmente Romano) pare dar forma, sostanza e colore ad un popolo reale. Che poi questo popolo non esista nei fatti, diventa secondario. Se si cerca la nascita di un epos, può bastare la padanità percepita a farlo sbocciare. La storiografia, magma in continuo divenire, tra una trentina d’anni potrebbe perfino accettare come almeno plausibili queste che ora ci paiono vulgate eretiche da druidi a carnevale.

Orrore in Val Padana, insomma.

Il solo e unico bicchiere che abbiamo (sic)

maggio 24th, 2008 § Commenti disabilitati § permalink

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Max Pezzali è una persona simpatica, almeno per come appare dalla tv. Ha pure scritto delle belle melodie. Il problema è che poi ci attacca i testi e alcuni sono allucinanti.

Prendiamo, a mo’ d’esempio, l’attacco dell’ultimo singolo “Mezzo pieno o mezzo vuoto”:

Mezzo Pieno o Mezzo vuoto
mezzo pieno o mezzo vuoto
questo è il solo ed unico bicchiere che abbiamo
se si stava meglio quando si stava peggio
non lo so
però io vivo adesso

mezzo pieno o mezzo vuoto

mi hanno detto di giocare quindi io gioco
faccio del mio meglio, almeno ci proverò
se ho ragione o no, io non mi sposto

Oh, Max, d’accordo ridicolizzare i luoghi comuni, ma mica mi puoi chiudere le strofe con altri luoghi comuni: io vivo adesso? Ma va’? E comunque, cosa caspita vuol dire?

Perchè non ti cerchi un paroliere? Su, mica ti serve Mogol o Paolo Conte: basterebbe anche un Vasco Rossi qualunque per tirare su il livello.

Eh, Max? Magari lo consigli pure a Nek…

Ma tutto questo Alice non lo sa…

marzo 4th, 2008 § Commenti disabilitati § permalink

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Sottotitolo: ma chi ‘tte credi, Umberto Eco?

Non sempre quello che scrivi e quello che volevi dire coincidono. Almeno, a me capita. Da quando pigio sulla tastiera per tenere in piedi questo blogghetto, mi è accaduto di iniziare un post pensando ad un determinato argomento, ma di concluderlo questionando d’altro. Alle volte perchè non m’è riuscito rendere l’idea, altre perchè il discorso mi ha preso la mano: a scuola si direbbe che sono andato fuori tema. Volendo nobilitare la cosa, potrei sostenere che -romanticamente- ho seguito il flusso dei pensieri, sicchè son state le parole a guidarmi laddove volevano.
In certi casi, però, l’ambiguità può essere voluta e anche ricercata: in fondo, le parole son graffi vuoti sul foglio bianco ed è il nostro cerebro a riempirle di senso. Soprattutto poeti e cantautori sembrano perseguire questo scopo: a Francesco De Gregori si è spesso contestato un eccessivo ermetismo, ma egli lo rivendica perchè ognuno può scivolare lungo i suoi versi e costruirsi l’esegesi personale di ogni testo.
Si tratta di fraintendimenti? Non so. Dopo tutto, noi cerchiamo di dare a ciò che leggiamo un senso che abbia significato “per noi”. E alle volte restiamo delusi quando scopriamo qual è la spiegazione ortodossa.

Faccio un esempio proprio da una bellissima canzone di De Gregori, “Alice”.
C’è una strofa che mi piace particolarmente:

“Il mendicante arabo ha qualcosa nel cappello,
ma è convinto che sia un portafortuna.
Non ti chiede mai pane o carità
e un posto per dormire non ce l’ha.
Ma tutto questo Alice non lo sa…”

Ho sempre pensato che i primi due versi evocassero la presenza di pochi spiccioli nel cappello del mendicante, posto a terra accanto a lui. E mi sembrava un’immagine molto potente. Poi sono venuto a sapere che la strofa era stata rimaneggiata all’uscita del disco, nel 1973, per questioni di censura.
L’originale diceva:

“Il mendicante arabo ha un cancro nel cappello,
ma è convinto che sia un portafortuna….”

L’immagine è potente ugualmente, anche se diversa: dobbiamo figurarci il mendicante col cappello sul capo a nascondere quel che, verosimilmente, lo sta divorando. Forse il senso è più chiaro, però mi sembra meno “poetico”.

Arte brutta e brutta Arte

aprile 13th, 2007 § Commenti disabilitati § permalink

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Andate a vedervi questa galleria di quadri orrendi, una silloge che La Repubblica online trae dal MOBA (Museum Of Bad Art), una sorta di museo di obbrobri artistici:

http://www.repubblica.it/2006/08/gallerie/spettacoliecultura/bad-art/27.html

A parte per le “opere” che sembrano uscite indifferentemente dal mio opificio o da un asilo qualsiasi e che, spero, non hanno avuto nemmeno all’origine una qualche velleità di essere arte (la qual cosa però, a priori, nemmeno può indicare che non lo siano), mi si pone un quesito estetico: chi può dire che queste sono tele oggettivamente brutte?
Ovvero: per me sono orripilanti, però lo stesso penso di molte opere di Warhol o di Schifano -per non parlare dei “tagli” di Fontana. Un quadro brutto può essere importante perchè esprime un concetto nuovo o svela qualche parte della realtà che prima non era evidente a tutti (la “Pipa non pipa” di Magritte): però brutto resta. Io un Fontana in casa non ce lo vorrei mai -lasciate stare il fatto che, con tela e coltello, potrei farmelo da solo.

Quindi, morale della favola: quali quadri di autori celebrati ritenete così brutti da meritarsi di essere esposti al MOBA?

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