Fino a che l’Università avrà i calzini bucati…

novembre 28th, 2010 § Commenti disabilitati § permalink

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universita triesteSe guardiamo indietro alle macerie lasciate dal ministro Gelmini con le finte riforme dell’istruzione primaria e secondaria (scuole che non possono pagare la pulizia delle aule, quasi estinzione degli insegnanti di sostegno, ritorno dei voti spacciati come terapia risolutiva per bullismi e asinerie varie), questo tentativo in ambito accademico è forse un passo avanti: qualche minima idea c’è, qualche parte del provvedimento potrebbe essere condivisibile. Ad esempio, non c’è dubbio che una ricerca di alto livello (quale dovrebbe essere quella universitaria) non possa essere realizzata finché permangono criteri di reclutamento di ricercatori e professori opachi e legati ad amicizie e consorterie: del resto, lo sappiamo da anni e da anni ci promettono ricette miracolose, senza che nulla sia cambiato. Ancora, non mi sembra un’eresia pensare che il ruolo del ricercatore non possa essere ricoperto a vita: se vogliamo promuovere il merito, chi è più bravo (attenzione, non migliore di altri come persona, ma più abile nel suo ambito di studio: non si tratta di dare giudizi di moralità) verrà gratificato con il passaggio alla docenza, mentre chi non riesce a fare questo salto di qualità dovrà trovare un altro sbocco lavorativo.

Purtuttavia restano, irrisolti, una serie di gravi problemi, i quali rendono difficile il raggiungimento degli scopi prefissi dalla riforma e mi sembrano giustificare ampiamente queste giornate di protesta degli studenti. Anche qui, un paio di esempi solamente. Nel momento in cui ci si propone di introdurre dei cambiamenti che avvicinino l’Università italiana a quelle europee e d’oltreoceano, bisogna essere consapevoli degli oneri economici da sopportare per sostenere ricerca, studio e insegnamento: coi tagli già realizzati e quelli alle viste nei prossimi anni, è verosimile pensare di rendere migliore e competitivo il sistema (il quale, ricordiamolo, parte già da una posizione di forte sottosviluppo)? Oppure, il destino dei ricercatori: non può essere lasciato in balia del caso e del mercato, ma vanno garantiti alcuni diritti di base. Prima di tutto,  quanti si impegnano per anni nell’attività di ricerca, con questo aumentando la ricchezza culturale e tecnico-scientifica di tutto il paese, debbono ricevere uno stipendio dignitoso e i mezzi per realizzare le proprie intuizioni; in secondo luogo, quando lasciano l’Università la loro esperienza deve valere come credito formativo di alto livello per l’inserimento nel mondo del lavoro (altrimenti, continueremo a fabbricare precari ad alto grado di specializzazione e frustrazione).

La dolce consistenza di Sandro Bondi

novembre 8th, 2010 § 3 comments § permalink

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0LBJ1A6M--180x140Se c’è una cosa  resa chiarissima a tutti dal caso Scajola è che, anche a fronte delle evidenze più nette, aspettarsi una sia pur minimale forma di autocritica da un componente a caso del Berlusconi IV, ovvero –lo ricordiamo a beneficio di quanti si fossero sintonizzati solo ora sulle nostre frequenze terrestri- il miglior governo degli ultimi 150 anni, è una pia illusione. Non ci dovrebbero stupire, pertanto, le parole con cui Sandro Bondi, titolare del dicastero dei Beni Culturali, si chiama fuori da ogni responsabilità sul clamoroso crollo della cosiddetta Schola Gladiatorum di Pompei: "Se avessi la certezza di avere responsabilità in quanto accaduto mi dimetterei. Ma rivendico invece il grande lavoro fatto.”

Dobbiamo certo concedere al ministro che il peso dell’incuria in cui versa uno dei siti archeologici più visitati d’Italia non posa principalmente sulle sue spalle: da anni e da più parti, oramai, sentiamo molte e autorevoli voci denunciare lo stato di abbandono e sottofinanziamento in cui versano gli scavi di Pompei ed Ercolano, per cui a nessuno di noi è possibile tirarsi indietro e dire “io non sapevo.” A maggior ragione, però, in questo contesto il ministro competente non può permettersi una giustificazione del tipo di quella usata da Bondi in un’intervista a Repubblica:

"Nel corso di uno degli ultimi Consiglio dei ministri ho posto seriamente il problema di assicurare risorse sufficienti a garantire la sopravvivenza di alcuni servizi fondamentali, a partire dalla tutela del nostro immenso patrimonio culturale e il sostegno al cinema e allo spettacolo. Il presidente del Consiglio, il ministro dell’Economia e il dottor Gianni Letta hanno assicurato la propria attenzione, compatibilmente con le condizioni del bilancio pubblico. Io non alzo mai la voce, ma il mio appello è stato pressante, forte e motivato".

Evidentemente questo appello non è stato abbastanza pressante, forte e motivato; quantomeno, è stato tardivo. Da qui, la domanda: se un ministro dei Beni Culturali non è in grado di strappare al suo collega del Tesoro nemmeno i fondi necessari per tenere in piedi (non dico sistemare in maniera decorosa) quella che è al medesimo tempo una delle testimonianze più straordinarie e meglio conservate dell’archeologia antica e uno dei luoghi più terribili ove meditare sulla precarietà dell’esistenza umana, come può non concludere di aver fallito nel suo compito?

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