Urge agenzia di selezione del personale

febbraio 19th, 2011 § Commenti disabilitati § permalink

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cicala3Nel maldestro spettacolo di onorevoli piroettanti da un partito all’altro a seconda delle previsioni meteo (oggi piovaschi diffusi al Centro, domani grandine all’altezza di Terzo Polo; sereno variabile a Destra, con possibili uragani alle viste nel mese di aprile; attenzione alle burrasche nel territorio padano attorno al 17 marzo; si segnala nebbia fitta a Sinistra) di cui siamo allibiti spettatori, a far specie sono la sconcertante assenza di una qualsivoglia -anche rudimentale- visione politica e la pochezza intellettuale (o forse dovrei dire intellettiva) di queste cicale, pronte ad accordare il loro canto incerto su quello del solista che, di volta in volta, stona di più.

 

Fino a che l’Università avrà i calzini bucati…

novembre 28th, 2010 § Commenti disabilitati § permalink

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universita triesteSe guardiamo indietro alle macerie lasciate dal ministro Gelmini con le finte riforme dell’istruzione primaria e secondaria (scuole che non possono pagare la pulizia delle aule, quasi estinzione degli insegnanti di sostegno, ritorno dei voti spacciati come terapia risolutiva per bullismi e asinerie varie), questo tentativo in ambito accademico è forse un passo avanti: qualche minima idea c’è, qualche parte del provvedimento potrebbe essere condivisibile. Ad esempio, non c’è dubbio che una ricerca di alto livello (quale dovrebbe essere quella universitaria) non possa essere realizzata finché permangono criteri di reclutamento di ricercatori e professori opachi e legati ad amicizie e consorterie: del resto, lo sappiamo da anni e da anni ci promettono ricette miracolose, senza che nulla sia cambiato. Ancora, non mi sembra un’eresia pensare che il ruolo del ricercatore non possa essere ricoperto a vita: se vogliamo promuovere il merito, chi è più bravo (attenzione, non migliore di altri come persona, ma più abile nel suo ambito di studio: non si tratta di dare giudizi di moralità) verrà gratificato con il passaggio alla docenza, mentre chi non riesce a fare questo salto di qualità dovrà trovare un altro sbocco lavorativo.

Purtuttavia restano, irrisolti, una serie di gravi problemi, i quali rendono difficile il raggiungimento degli scopi prefissi dalla riforma e mi sembrano giustificare ampiamente queste giornate di protesta degli studenti. Anche qui, un paio di esempi solamente. Nel momento in cui ci si propone di introdurre dei cambiamenti che avvicinino l’Università italiana a quelle europee e d’oltreoceano, bisogna essere consapevoli degli oneri economici da sopportare per sostenere ricerca, studio e insegnamento: coi tagli già realizzati e quelli alle viste nei prossimi anni, è verosimile pensare di rendere migliore e competitivo il sistema (il quale, ricordiamolo, parte già da una posizione di forte sottosviluppo)? Oppure, il destino dei ricercatori: non può essere lasciato in balia del caso e del mercato, ma vanno garantiti alcuni diritti di base. Prima di tutto,  quanti si impegnano per anni nell’attività di ricerca, con questo aumentando la ricchezza culturale e tecnico-scientifica di tutto il paese, debbono ricevere uno stipendio dignitoso e i mezzi per realizzare le proprie intuizioni; in secondo luogo, quando lasciano l’Università la loro esperienza deve valere come credito formativo di alto livello per l’inserimento nel mondo del lavoro (altrimenti, continueremo a fabbricare precari ad alto grado di specializzazione e frustrazione).

La dolce consistenza di Sandro Bondi

novembre 8th, 2010 § 3 comments § permalink

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0LBJ1A6M--180x140Se c’è una cosa  resa chiarissima a tutti dal caso Scajola è che, anche a fronte delle evidenze più nette, aspettarsi una sia pur minimale forma di autocritica da un componente a caso del Berlusconi IV, ovvero –lo ricordiamo a beneficio di quanti si fossero sintonizzati solo ora sulle nostre frequenze terrestri- il miglior governo degli ultimi 150 anni, è una pia illusione. Non ci dovrebbero stupire, pertanto, le parole con cui Sandro Bondi, titolare del dicastero dei Beni Culturali, si chiama fuori da ogni responsabilità sul clamoroso crollo della cosiddetta Schola Gladiatorum di Pompei: "Se avessi la certezza di avere responsabilità in quanto accaduto mi dimetterei. Ma rivendico invece il grande lavoro fatto.”

Dobbiamo certo concedere al ministro che il peso dell’incuria in cui versa uno dei siti archeologici più visitati d’Italia non posa principalmente sulle sue spalle: da anni e da più parti, oramai, sentiamo molte e autorevoli voci denunciare lo stato di abbandono e sottofinanziamento in cui versano gli scavi di Pompei ed Ercolano, per cui a nessuno di noi è possibile tirarsi indietro e dire “io non sapevo.” A maggior ragione, però, in questo contesto il ministro competente non può permettersi una giustificazione del tipo di quella usata da Bondi in un’intervista a Repubblica:

"Nel corso di uno degli ultimi Consiglio dei ministri ho posto seriamente il problema di assicurare risorse sufficienti a garantire la sopravvivenza di alcuni servizi fondamentali, a partire dalla tutela del nostro immenso patrimonio culturale e il sostegno al cinema e allo spettacolo. Il presidente del Consiglio, il ministro dell’Economia e il dottor Gianni Letta hanno assicurato la propria attenzione, compatibilmente con le condizioni del bilancio pubblico. Io non alzo mai la voce, ma il mio appello è stato pressante, forte e motivato".

Evidentemente questo appello non è stato abbastanza pressante, forte e motivato; quantomeno, è stato tardivo. Da qui, la domanda: se un ministro dei Beni Culturali non è in grado di strappare al suo collega del Tesoro nemmeno i fondi necessari per tenere in piedi (non dico sistemare in maniera decorosa) quella che è al medesimo tempo una delle testimonianze più straordinarie e meglio conservate dell’archeologia antica e uno dei luoghi più terribili ove meditare sulla precarietà dell’esistenza umana, come può non concludere di aver fallito nel suo compito?

Tempi di prosa

ottobre 10th, 2010 § 1 comment § permalink

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Sarà che viviamo in tempi di prosa, per cui la poesia si trova preclusa la strada. Sarà che il romanzo di oggi si scrive facile, si legge rapido e basta la storia. Sarà che a scuola le poesie dovevi mandarle a memoria, ma potevi tranquillamente esentarti dal capirle. Sarà pure che come pacco natalizio l’ultima fatica di Bruno Vespa pesa molto più di un osso di seppia. Sta di fatto che a romanzieri e saggisti pare andar benone: scrivono tomi su tomi (lunghi… che lunghi!), ogni anno se ne escono con il loro nuovo capolavoro, vengono recensiti dappertutto e perfino se raccolgono in volume le ricette della povera nonna qualcuno che le mandi in stampa lo trovano di certo. Nulla di strano se pure le veline faranno uscire, al posto del consueto calendario, un noir scritto a quattro mani.

osso di seppia

 

 

Ma i poeti, signori miei, i poeti?

 

Ebbene i poeti, si sa, sono ormai estinti. Non per colpa loro, penso: chi si lascerebbe estinguere così, senza batter ciglio? Senza nemmeno tentare una mutazione che si adatti ai tempi nuovi? Senza, chessò, riciclarsi lungo la via della canzonetta?  “Ma -obietterete voi, miei colti e pignolerrimi lettori- quel che vai scrivendo son fandonie!” Sapete, difatti, dalle cronachette locali o dai trafiletti abbandonati in mezzo ai necrologi, come escano tuttora, quasi perfino sovente, nuove raccoltine di versi fatti come dio comanda; e che di poeti taluni esemplari ancora, seppur nascosti tra selve di provincia,  compitano amorevolmente rime e assonanze (e magari si ritrovano tra loro a guardarsi straniti per la scarsa attitudine alla compagnia, in quei premi di poesia presso località termali dove per partecipare devi pagare  e se ti va bene vinci una targa o una coppa, come per la cicloturistica). “Eh, ma si tratta di geronti, singoli maestri senza seguito né allievi” -risponderò io. La vena si va esaurendo rapidamente. Dove sono i nuovi Pasolini, i poeti civili? E i cantori del male di vivere, gli interpreti dei nostri giorni tribolati? E se anche vi sono, chi se li fila?

Chi di noi legge poesia, oggi? 

Panorama italiano – 5 ottobre 2010

ottobre 5th, 2010 § Commenti disabilitati § permalink

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Titanic

1. Che il governo è appeso a un filo, non devo certo venire a dirvelo, io; che la probabilità di andare a votare da qui a pochi mesi con questa orrenda legge elettorale ormai si avvicina asintoticamente a 1, nemmeno: bene, quindi questo primo punto lo consideriamo archiviato senza bisogno di digitare altri inutili caratteri sullo schermo.

titanic

2. Tutta la mia solidarietà (umana, ché politicamente la nomina è comunque pessima) a Paolo Romani, nuovo ministro dello Sviluppo Economico: per occupare l’ufficio di fianco (era il vice di Scajola), ha dovuto attendere sei mesi, nel corso dei quali Berlusconi pare abbia offerto il ministero perfino ad un quasi (ma anche) esponente dell’opposizione (Calearo) e forse al suo cane, prima di rassegnarsi alla soluzione “interna” (tipo quando mettono l’allenatore della primavera sulla panchina della prima squadra, in attesa di tempi migliori). Non c’è che dire, una bella iniezione di fiducia.

3. Nella messe sconfinata di fatti inaccettabili che la realtà imbandisce ogni santo giorno sulle nostre tavole (pescando nel mucchio: fame e carestie, conflitti armati, cure negate ai clandestini), mons. Ignacio Carrasco de Paula, presidente del Pontificio Consiglio per la Vita, ha scelto come bersaglio l’assegnazione del Nobel allo scopritore delle tecniche di fecondazione artificiale. La spiegazione di tale (prevedibile, ahimè) scelta sarebbe questa qua: ”Innanzitutto, senza Edwards non ci sarebbe il mercato degli ovociti con il relativo commercio di milioni di ovociti; secondo, senza Edwards non ci sarebbero in tutto il mondo un gran numero di congelatori pieni di embrioni che nel migliore dei casi sono in attesa di essere trasferiti negli uteri ma che più probabilmente finiranno per essere abbandonati o per morire e questo è un problema la cui responsabilità è del neo-premio Nobel.” Motivazione che, al di là di come la si pensi sull’argomento, è talmente strampalata dal punto di vista logico da configurarsi come vero e proprio non sequitur, equivalente a sostenere –ad esempio- che la responsabilità dei giustiziati sulla sedia elettrica è di Edison e dei suoi studi sull’elettricità.

A che latitudine sta la paura?

settembre 7th, 2010 § 1 comment § permalink

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presa diretta_iacona E’ giunto settembre, tutto lo stivale rabbrividisce alle prime avvisaglie d’autunno: i brividi veri, però, ce li ha portati il ritorno delle inchieste “sul campo” di Riccardo Iacona e del suo Presa Diretta. La prima puntata, “’Ndranghetisti”, è stata il consueto pugno nello stomaco: già sapevamo di quanto la criminalità organizzata calabrese, nonostante l’impegno delle sempre peggio finanziate forze dell’ordine e di magistrati come Nicola Gratteri  (banalmente, i veri eroi civili, che vivono una vita impossibile tra scorte e bunker, quasi fossero loro i criminali), sia ormai assurta a mafia numero uno del continente europeo, con una espansione su scala mondiale che nemmeno i “picciotti” siciliani forse sono riusciti a raggiungere; ora sappiamo anche quanto profondamente questo male abbia infettato ogni struttura produttiva di tutto il paese, fino a quel famoso “Nord che produce” e che ai più alti livelli molti ancora dicono  essere un’isola felice ove la criminalità organizzata non alligna.

Quando vedi paesi dell’hinterland milanese soffocati da pizzo e usura, quando assisti a deposizioni processuali di imprenditori e ‘ndranghetisti padani (doc o acquisiti che siano) le quali, in tutto e per tutto, ricalcano quanto siamo abituati a vedere e sentire nelle fiction su Corleone, Palermo, Casal di Principe o San Luca (“non ricordo…davvero ho detto così durante l’interrogatorio in procura? mai subite minacce…”), allora ti rendi conto che la solita teoria delle poche mele marce è solamente un modo per girare il capo altrove e non voler affrontare la realtà. Capisci anche che, quando parliamo di omertà, non parliamo di una condizione genetica con cui viene al mondo chi nasce a determinate latitudini, ma della risposta alla (sacrosanta) paura di ciascuno di noi se,  di fronte alle intimidazioni mafiose, trova una società che non è in grado di proteggere i suoi membri più fragili e li lascia soli ad affrontare i prepotenti. Basta vedere come, in ambito repressivo, le nostre priorità e gli sforzi maggiori sembrano volti a fare piazza pulita di quei pericolosissimi criminali che sono “vù cumpra’”, lavavetri, mendicanti: perché certo, possiamo agevolmente sopportare che dentro i cantieri si mozzino le dita e si minaccino le famiglie degli imprenditori in disgrazia, ma non sia mai che si attenti al decoro urbano ed al nostro tempo prezioso…

Villaggio vacanze Italia (Muammar’s camping)

agosto 29th, 2010 § Commenti disabilitati § permalink

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Con una pervicacia che comincia a preoccupare, l’amico Muammar è tornato in ferie a Roma anche in quest’ultimo scorcio di agosto, con il suo corteo di amazzoni in divisa, cavalli berberi e capricci da divo. Ad attenderlo, ancora una volta, un piccolo harem di circa 200 ragazze (500 secondo la Stampa, ma la questura contesta il dato), assiepate davanti ai cancelli del’ambasciata libica. Come un anno fa, pure quest’anno le pulzellette hanno dovuto sorbirsi nientepopodimenoche… la lectio magistralis sull’Islam (da leggersi a mo’ di “la corazzata Potemkin!”) e  -immagino- su quanto bene faccia alla pelle delle donne: qualcuna si è lamentata, forse perchè le repliche non sono mai belle come la “prima”. Sollecitato da una domanda sull’ingresso della Turchia in Europa,  Gheddafi sembra abbia auspicato che tutto il nostro continente dovrebbe votarsi alla religione del Corano: peraltro, il leader libico dev’essere un abile missionario, se veramente gli è riuscito di convertire seduta stante almeno tre delle sue ospiti. Nel frattempo, che faceva il nostro sempiterno eroe, l’amico Silvio? Stranamente, disertava la muliebre adunanza per una sobria presenza a San Siro, dove il suo Milan strapazzava il Lecce 4-0. Ma come:  viene in campeggio il più illustre dei turisti e l’animatore più bravo del nostro villaggio vacanze se ne sta allo stadio?

A novembre dello scorso anno, scrivevo un post dal titolo “Metti una sera a casa Gheddafi.” Oggi che la farsa si replica, mi accorgo di avere un po’ la nausea per tutto questo: d’accordo, la ragion di stato il petrolio libico tripoli ormai nelle banche italiane e perfino nella juve gli accordi sugli sbarchi etc. etc. Però, insomma, qui si tratta di pagliacciate e pure di prese per i fondelli…

Import-export: persone come cose

agosto 21st, 2010 § 3 comments § permalink

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http://temi.repubblica.it/limes/da-dove-vengono-i-migranti-2Spiace notare che in campo internazionale il nostro paese è in grado di esportare esclusivamente le idee ed i comportamenti più deteriori: noi respingiamo i barconi di disperati nelle fauci dei libici, la Francia ci copia con l’espulsione di rom e altri indesiderati. Provvedimento, quest’ultimo, tutto di “ispirazione italiana” anche nella sua demagogia, perchè come i respingimenti non alleviano per nulla la pressione migratoria verso l’Italia (i flussi in entrata sono costituiti per la stragrande maggioranza da ingressi via terra, attraverso le Alpi in stile “Annibale ed i suoi elefanti”: vedi cartina), così il provvedimento di Sarkozy si risolve in una sorta di “partita di giro:” essendo per lo più romeni e dunque comunitari, non appena scesi a Bucarest, i più furbi faranno check-in ad un altro gate e ripartiranno per Parigi (con i 300 euro elargiti dal governo francese sempre in tasca). Insomma, quello che conta è fare cagnara per spaventare le persone oneste (che si sentiranno indesiderate in Francia e dunque magari non ci torneranno) e lasciare campo libero a chi si fa pochi scrupoli: che volete che sia un ostacolo di tal genere, per chi già vive il suo quotidiano oltre il confine della legalità?

Forse per non sentirsi superato a destra da Sarkozy, il ministro Maroni rilascia oggi un’intervista al Corriere in cui addirittura rilancia, sostenendo che la Francia fa bene, ma che noi andremo “oltre”: attualmente non sembra che questo oltre saranno vagoni piombati, ma la possibilità di espellere dall’Italia anche i cittadini comunitari. Non tutti, comunque:

«Sì, espulsioni come per i clandestini, non rimpatri assistiti e volontari. Naturalmente solo per chi viola la direttiva che fissa i requisiti per chi vive in un altro Stato membro: reddito minimo, dimora adeguata e non essere a carico del sistema sociale del Paese che lo ospita. Molti rom sono comunitari ma non rispettano nessuno di questi requisiti».

E vengono in mente, dopo queste parole che ognuno può interpretare come crede  (per ora, con raccapriccio noto che tutti gli pseudosondaggi di queste ore, sia quelli televisivi che quelli on-line, danno maggioranze schiaccianti a favore di questi interventi di “pulizia sociale”), le frasi attribuite a brecht che si citano in ogni dove (per una volta a proposito):

Prima di tutti, vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendermi e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Fermiamoci un attimo a pensare: oggi vogliamo espellere dei cittadini comunitari dal nostro paese. Egoisticamente, a noi italiani, tutto sommato, che ci importa? C’è la crisi economica, meno siamo e meglio stiamo: meno stranieri, meno criminalità (equazione sbagliata, ma martellante in ogni discorso leghista). Quando sarà finalmente tra noi questo meraviglioso “federalismo”, cosa vieterà di espellere i calabresi disoccupati dalla Lombardia, i lucani  senza fissa dimora dal Veneto (Zaia ha vinto le elezioni con il motto “prima il Veneto”, ovvero i veneti), i piemontesi usurpatori dal Lazio? Se partiamo dal principio che  i rom sono tutti delinquenti, allora dobbiamo considerare i siciliani tutti mafiosi…

Bossiful – puntata 3432

luglio 30th, 2010 § Commenti disabilitati § permalink

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Bossiful 

Una soap italo-padana

Antefatto: la storia è incentrata sulle vicissitudini di due grandi famiglie politiche italiane, i Moderati ed i Progressisti: i primi, raccolti attorno al vecchio patriarca, Re Ber Luscòn, travolti dalla faida intestina tra le due favorite del capo, la sofisticata moglie Gianfranca  e la spavalda e focosa amante Umberta (detta “il Bossi”); i secondi, da tempo immemore assoggettati al dominio di Ber Luscòn, nella perenne attesa di un eletto, tale Lidèr Maximo, il quale -stando ad un’antica profezia ritrovata tra i rotoli del Mar Morto- li sottrarrà infine al giogo dei Moderati.

Puntata 3432:

news_immagine_piccola_804116594 La bella Umberta, con il suo sapiente gioco di darsi e non darsi, ha ormai stabilmente raggiunto la primazia tra le favorite di Ber Luscòn: in tutte le bettole del paese si raccontano cose turche di ciò che i due combinano (insieme al Visconte De Trèmont!) durante i consueti “incontri del caminetto”, che si svolgono il lunedì notte nel castello padano di Arcores. Fino ad ora la mite Gianfranca ha sempre sopportato in silenzio, limitandosi a censurare pubblicamente i comportamenti opachi e pericolosi degli amici più stretti di Ber Luscòn, il consigliori Marchese Dell’Otre ed il Gran Ciambellano Barone Verdùn. Ora, però, Ber Luscòn ha veramente passato ogni limite: in tutto il regno non si parla che dei nuovi gioielli regalati dal Re all’Umberta, la quale non perde occasione per sfoggiarli con la sfrontatezza di quella che sa d’essere ormai la nuova favorita. Ed in effetti si tratta di due manufatti di grande pregio: un pendaglio in oro massiccio e lapislazzuli, raffigurante il leone di San Marco mollemente adagiato in una comoda gondola e intento a leggere il Vangelo, e un paio di orecchini di diamanti a forma di tartufo d’Alba. Quello che ha mandato su tutte le furie la Gianfranca, però, non è stata la munificenza del dono, bensì il suo significato “politico”: i due gioielli sono infatti le insegne che sola può portare la "Duchessa di Poenta e Osei”, titolo che permette all’Umberta di rivendicare come propri i territori della Cispadana. Questo titolo la Gianfranca lo agogna invano da più di 15 anni, ma Ber Luscòn non ha mai voluto concederglielo, nemmeno nei giorni spensierati dei mille viaggi insieme nei regni più esotici e delle battute di “caccia al negher” che tanto avevano contribuito a cementare il perduto legame tra i due coniugi. La povera Gianfranca, ormai accecata dall’ira, istruisce così le sue damigelle d’onore, Bocchetta e Granita, affinché in tutti i circoli di taglio e cucito del regno spargano la voce che la relazione del sovrano con l’Umberta è solo di facciata, perchè Ber Luscòn non è più in grado di soddisfare le signore tra le regal lenzuola: sa, infatti, quanto questo dell’orgoglio maschile è un vero punto d’onore per il marito. Il lavoro delle due damigelle è così capillare e veloce, che già dopo pochi giorni tutti i cantastorie del regno debbono aggiornare l’elenco delle loro ballate con La storia del Re Cilecca, già richiestissima ad ogni angolo di strada. Quello che un tempo Ber Luscòn amava chiamare il “popolo dell’Amore”, la grande famiglia dei Moderati, brucia sempre più tra le fiamme di un odio inestinguibile e  lacerante.

Intanto, nel suo palazzo, il Re medita vendetta con i suoi fedelissimi: ripudiare la moglie ribelle non gli basta, vuole anche umiliarla e farle terra bruciata intorno. L’idea migliore viene al giullare di corte, il poeta B(u)ondì: una bella accusa di pedofagia è quel che ci vuole per mettere fuori gioco l’arrogante Regina Gianfranca. Difatti, quest’accusa è, da sempre, il cardine attorno a cui è articolata la strategia di  mantenimento del potere da parte del clan dei Moderati, i quali la utilizzano per bandire dal Regno quei membri dei Progressisti che cerchino di alzare la testa contro l’oppressione di Ber Luscòn. E cosa c’è di meglio di degradare la regina al rango di vile suddito e addirittura di paria per definizione, ovvero di Progressista, per distruggerne fortune ed onore? Si predispone, dunque, una sentenza di condanna per Gianfranca e le sue damigelle: durante il suo messaggio quotidiano al popolo dal balcone della camera da letto, il Re in persona pronunzia la parola fatale: pedofagia! Il popolo è sbigottito, molti quasi non riescono a credere alle parole del Re: ma come, la Regina una pedofaga? Ma se –ricordano alcuni- era stata lei stessa, negli anni passati, ad armare molti sicari per eliminare i Progressisti più accesi e pericolosi? Faceva dunque il doppio gioco?  Forse è stata traviata da qualche amico malfidato? Magari ha un amante tra i pedofagi, che ne ha corrotto l’antico nobile spirito! Povero Re Ber Luscòn, con una tale serpe in seno! Ora ci vuole una pena esemplare!

(Fine della puntata 3432 – Continua…)

Frattini e la mancanza di argomenti: l’iranian style

luglio 14th, 2010 § 2 comments § permalink

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Frattini Da sempre, uno degli argomenti preferiti da chi argomenti non ha è cambiare le carte in tavola, trasformando l’oggetto del contendere in una scelta tra bianco e nero, una falsa dicotomia per cui esisterebbero due sole posizioni possibili, senza sfumature: un esempio eclatante è quanto avvenuto nel 2003 con l’invasione americana dell’Iraq, quando alcuni media ed il governo di allora sostennero che non approvare l’intervento armato contro Saddam sarebbe stato equivalente a schierarsi con il dittatore di Baghdad.

Allo stesso modo, ora chi si oppone alla legge bavaglio sulle intercettazioni viene accusato di volere uno stato di polizia, in cui la vita privata di ciascuno è costantemente “attenzionata” 1 dalle lunghe orecchie delle forze dell’ordine, come se non fosse possibile un compromesso tra le esigenze di tutela della privacy e quelle di investigazione e informazione.

Più in generale, poi, nell’Italia di oggi ogni critica (anche le più Fini e sfumate), diventano un attentato al Paese intero (laddove per paese si intende, comunque, un sol uomo 2 ): ecco allora la famosa accusa di essere “anti-italiani” e di “sfascismo ideologico”.

Non stupisce dunque che il ministro per la Nautica da diporto degli Esteri Frattini, dopo la sorpresa e lo sconcerto (forse colto alla sprovvista, con il suo natante, a spasso in qualche mare esotico) per la presa di posizione ONU contro la medesima legge bavaglio, non riesca a rabberciare una difesa migliore delle solite frasi vuote e sprezzanti riservate alle critiche “interne”: invitare il massimo organismo internazionale a “leggersi il provvedimento” (tralasciando la trivialità non certo da diplomatico dell’espressione) e puntualizzare con un pleonastico “il parlamento è sovrano” che –in sostanza- il governo italiano se ne frega, fa pensare alla tracotanza e ai modi dell’Iran o della Corea del Nord, non certo ad uno stato liberale. Il fatto è che esercitare la democrazia esige un po’ di umiltà, perbacco: anche oggi (per non tornare a fatti vetusti come le leggi razziali) ci sono parlamenti e governi  “sovrani” e pienamente legittimati che, in nome di una supposta esclusiva sulla “volontà popolare” promulgano leggi antilibertarie e contrarie alla carta dei diritti dell’uomo.

  1. ah, le meraviglie della prosa burocratesca…
  2. sempre più un uomo solo, per la verità
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