Prendi un Gheddafi, trattalo male…

febbraio 22nd, 2011 § Commenti disabilitati § permalink

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Certamente oggi, dal punto di vista italiano, la questione libica non è più quella di arginare l’esodo di quattro disperati attraverso il canale di Sicilia o di assicurarsi risorse energetiche (forse) a buon mercato, ma concerne da un lato la posizione da assumere (purtroppo tiepida e pavida, come da copione dell’incolore ministro Frattini)  di fronte al dramma di una nazione bombardata dal suo stesso esercito in nome di colui che si definisce “Guida della rivoluzione;” dall’altro (più egoistico, ma legittimo anch’esso), il timore che la conflittualità in crescendo costante sulle coste nord-africane possa generare esiti molto gravi anche al di qua del Mediterraneo (per tacere del problema dell’Iran e di come sembra muoversi minacciosamente in tutta l’area mediorientale). Quindi, non è oggi il tempo per i ragionamenti sottili. Quando e sperabilmente, però, le cose si saranno calmate e il Mediterraneo tornerà alla sua placida vita di sempre, il governo italiano avrà le sue belle gatte da pelare, nel cercare di rispondere delle desolanti scelte di  politica estera di questi anni -e di questi giorni.

berlusconi-gheddafi-bacia-maniSe vogliamo renderla poetica, è il guaio di chi troppo ama e si lega a doppio filo e scriteriatamente all’oggetto della sua passione (che sia l’innamorato della porta accanto oppure un dittatore sanguinario pari grado non cambia molto): quando l’amore finisce (oppure quando l’altro dà di matto), poi ci sono delle conseguenze spiacevoli. Così, se la Libia come si suol dire volterà pagina, all’Italia toccherà rendere conto di quei giorni spensierati con l’amico Gheddafi, cullati dal ponentino, mano nella mano tra tende, lezioni di Corano a fanciulle un po’ stolte e cammelli: chissà cosa ne diranno quelli che oggi vengono schiacciati senza pietà. E anche nel caso, non del tutto improbabile, che Gheddafi resti in sella, bisognerà prendere nettamente le distanze (come faranno certamente gli altri paesi europei, meno compromessi) dal mare di sangue da lui versato in questi giorni e non legittimarne la permanenza al potere: in che modo, dopo tutto l’amore scambiato negli ultimi anni? Potremo osare rifiutarci di aprire la porta a un Gheddafi contrito che bussa alla nostra porta con un mazzo di rose (e un barcone di migranti puntato verso Lampedusa)?

Letture consigliate:

Frattini: Gheddafi ha ancora un ruolo? «Non lo so»

Gli affari della Libia in Italia

Urge agenzia di selezione del personale

febbraio 19th, 2011 § Commenti disabilitati § permalink

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cicala3Nel maldestro spettacolo di onorevoli piroettanti da un partito all’altro a seconda delle previsioni meteo (oggi piovaschi diffusi al Centro, domani grandine all’altezza di Terzo Polo; sereno variabile a Destra, con possibili uragani alle viste nel mese di aprile; attenzione alle burrasche nel territorio padano attorno al 17 marzo; si segnala nebbia fitta a Sinistra) di cui siamo allibiti spettatori, a far specie sono la sconcertante assenza di una qualsivoglia -anche rudimentale- visione politica e la pochezza intellettuale (o forse dovrei dire intellettiva) di queste cicale, pronte ad accordare il loro canto incerto su quello del solista che, di volta in volta, stona di più.

 

La dolce consistenza di Sandro Bondi

novembre 8th, 2010 § 3 comments § permalink

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0LBJ1A6M--180x140Se c’è una cosa  resa chiarissima a tutti dal caso Scajola è che, anche a fronte delle evidenze più nette, aspettarsi una sia pur minimale forma di autocritica da un componente a caso del Berlusconi IV, ovvero –lo ricordiamo a beneficio di quanti si fossero sintonizzati solo ora sulle nostre frequenze terrestri- il miglior governo degli ultimi 150 anni, è una pia illusione. Non ci dovrebbero stupire, pertanto, le parole con cui Sandro Bondi, titolare del dicastero dei Beni Culturali, si chiama fuori da ogni responsabilità sul clamoroso crollo della cosiddetta Schola Gladiatorum di Pompei: "Se avessi la certezza di avere responsabilità in quanto accaduto mi dimetterei. Ma rivendico invece il grande lavoro fatto.”

Dobbiamo certo concedere al ministro che il peso dell’incuria in cui versa uno dei siti archeologici più visitati d’Italia non posa principalmente sulle sue spalle: da anni e da più parti, oramai, sentiamo molte e autorevoli voci denunciare lo stato di abbandono e sottofinanziamento in cui versano gli scavi di Pompei ed Ercolano, per cui a nessuno di noi è possibile tirarsi indietro e dire “io non sapevo.” A maggior ragione, però, in questo contesto il ministro competente non può permettersi una giustificazione del tipo di quella usata da Bondi in un’intervista a Repubblica:

"Nel corso di uno degli ultimi Consiglio dei ministri ho posto seriamente il problema di assicurare risorse sufficienti a garantire la sopravvivenza di alcuni servizi fondamentali, a partire dalla tutela del nostro immenso patrimonio culturale e il sostegno al cinema e allo spettacolo. Il presidente del Consiglio, il ministro dell’Economia e il dottor Gianni Letta hanno assicurato la propria attenzione, compatibilmente con le condizioni del bilancio pubblico. Io non alzo mai la voce, ma il mio appello è stato pressante, forte e motivato".

Evidentemente questo appello non è stato abbastanza pressante, forte e motivato; quantomeno, è stato tardivo. Da qui, la domanda: se un ministro dei Beni Culturali non è in grado di strappare al suo collega del Tesoro nemmeno i fondi necessari per tenere in piedi (non dico sistemare in maniera decorosa) quella che è al medesimo tempo una delle testimonianze più straordinarie e meglio conservate dell’archeologia antica e uno dei luoghi più terribili ove meditare sulla precarietà dell’esistenza umana, come può non concludere di aver fallito nel suo compito?

Villaggio vacanze Italia (Muammar’s camping)

agosto 29th, 2010 § Commenti disabilitati § permalink

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Con una pervicacia che comincia a preoccupare, l’amico Muammar è tornato in ferie a Roma anche in quest’ultimo scorcio di agosto, con il suo corteo di amazzoni in divisa, cavalli berberi e capricci da divo. Ad attenderlo, ancora una volta, un piccolo harem di circa 200 ragazze (500 secondo la Stampa, ma la questura contesta il dato), assiepate davanti ai cancelli del’ambasciata libica. Come un anno fa, pure quest’anno le pulzellette hanno dovuto sorbirsi nientepopodimenoche… la lectio magistralis sull’Islam (da leggersi a mo’ di “la corazzata Potemkin!”) e  -immagino- su quanto bene faccia alla pelle delle donne: qualcuna si è lamentata, forse perchè le repliche non sono mai belle come la “prima”. Sollecitato da una domanda sull’ingresso della Turchia in Europa,  Gheddafi sembra abbia auspicato che tutto il nostro continente dovrebbe votarsi alla religione del Corano: peraltro, il leader libico dev’essere un abile missionario, se veramente gli è riuscito di convertire seduta stante almeno tre delle sue ospiti. Nel frattempo, che faceva il nostro sempiterno eroe, l’amico Silvio? Stranamente, disertava la muliebre adunanza per una sobria presenza a San Siro, dove il suo Milan strapazzava il Lecce 4-0. Ma come:  viene in campeggio il più illustre dei turisti e l’animatore più bravo del nostro villaggio vacanze se ne sta allo stadio?

A novembre dello scorso anno, scrivevo un post dal titolo “Metti una sera a casa Gheddafi.” Oggi che la farsa si replica, mi accorgo di avere un po’ la nausea per tutto questo: d’accordo, la ragion di stato il petrolio libico tripoli ormai nelle banche italiane e perfino nella juve gli accordi sugli sbarchi etc. etc. Però, insomma, qui si tratta di pagliacciate e pure di prese per i fondelli…

Import-export: persone come cose

agosto 21st, 2010 § 3 comments § permalink

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http://temi.repubblica.it/limes/da-dove-vengono-i-migranti-2Spiace notare che in campo internazionale il nostro paese è in grado di esportare esclusivamente le idee ed i comportamenti più deteriori: noi respingiamo i barconi di disperati nelle fauci dei libici, la Francia ci copia con l’espulsione di rom e altri indesiderati. Provvedimento, quest’ultimo, tutto di “ispirazione italiana” anche nella sua demagogia, perchè come i respingimenti non alleviano per nulla la pressione migratoria verso l’Italia (i flussi in entrata sono costituiti per la stragrande maggioranza da ingressi via terra, attraverso le Alpi in stile “Annibale ed i suoi elefanti”: vedi cartina), così il provvedimento di Sarkozy si risolve in una sorta di “partita di giro:” essendo per lo più romeni e dunque comunitari, non appena scesi a Bucarest, i più furbi faranno check-in ad un altro gate e ripartiranno per Parigi (con i 300 euro elargiti dal governo francese sempre in tasca). Insomma, quello che conta è fare cagnara per spaventare le persone oneste (che si sentiranno indesiderate in Francia e dunque magari non ci torneranno) e lasciare campo libero a chi si fa pochi scrupoli: che volete che sia un ostacolo di tal genere, per chi già vive il suo quotidiano oltre il confine della legalità?

Forse per non sentirsi superato a destra da Sarkozy, il ministro Maroni rilascia oggi un’intervista al Corriere in cui addirittura rilancia, sostenendo che la Francia fa bene, ma che noi andremo “oltre”: attualmente non sembra che questo oltre saranno vagoni piombati, ma la possibilità di espellere dall’Italia anche i cittadini comunitari. Non tutti, comunque:

«Sì, espulsioni come per i clandestini, non rimpatri assistiti e volontari. Naturalmente solo per chi viola la direttiva che fissa i requisiti per chi vive in un altro Stato membro: reddito minimo, dimora adeguata e non essere a carico del sistema sociale del Paese che lo ospita. Molti rom sono comunitari ma non rispettano nessuno di questi requisiti».

E vengono in mente, dopo queste parole che ognuno può interpretare come crede  (per ora, con raccapriccio noto che tutti gli pseudosondaggi di queste ore, sia quelli televisivi che quelli on-line, danno maggioranze schiaccianti a favore di questi interventi di “pulizia sociale”), le frasi attribuite a brecht che si citano in ogni dove (per una volta a proposito):

Prima di tutti, vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendermi e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Fermiamoci un attimo a pensare: oggi vogliamo espellere dei cittadini comunitari dal nostro paese. Egoisticamente, a noi italiani, tutto sommato, che ci importa? C’è la crisi economica, meno siamo e meglio stiamo: meno stranieri, meno criminalità (equazione sbagliata, ma martellante in ogni discorso leghista). Quando sarà finalmente tra noi questo meraviglioso “federalismo”, cosa vieterà di espellere i calabresi disoccupati dalla Lombardia, i lucani  senza fissa dimora dal Veneto (Zaia ha vinto le elezioni con il motto “prima il Veneto”, ovvero i veneti), i piemontesi usurpatori dal Lazio? Se partiamo dal principio che  i rom sono tutti delinquenti, allora dobbiamo considerare i siciliani tutti mafiosi…

Bossiful – puntata 3432

luglio 30th, 2010 § Commenti disabilitati § permalink

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Bossiful 

Una soap italo-padana

Antefatto: la storia è incentrata sulle vicissitudini di due grandi famiglie politiche italiane, i Moderati ed i Progressisti: i primi, raccolti attorno al vecchio patriarca, Re Ber Luscòn, travolti dalla faida intestina tra le due favorite del capo, la sofisticata moglie Gianfranca  e la spavalda e focosa amante Umberta (detta “il Bossi”); i secondi, da tempo immemore assoggettati al dominio di Ber Luscòn, nella perenne attesa di un eletto, tale Lidèr Maximo, il quale -stando ad un’antica profezia ritrovata tra i rotoli del Mar Morto- li sottrarrà infine al giogo dei Moderati.

Puntata 3432:

news_immagine_piccola_804116594 La bella Umberta, con il suo sapiente gioco di darsi e non darsi, ha ormai stabilmente raggiunto la primazia tra le favorite di Ber Luscòn: in tutte le bettole del paese si raccontano cose turche di ciò che i due combinano (insieme al Visconte De Trèmont!) durante i consueti “incontri del caminetto”, che si svolgono il lunedì notte nel castello padano di Arcores. Fino ad ora la mite Gianfranca ha sempre sopportato in silenzio, limitandosi a censurare pubblicamente i comportamenti opachi e pericolosi degli amici più stretti di Ber Luscòn, il consigliori Marchese Dell’Otre ed il Gran Ciambellano Barone Verdùn. Ora, però, Ber Luscòn ha veramente passato ogni limite: in tutto il regno non si parla che dei nuovi gioielli regalati dal Re all’Umberta, la quale non perde occasione per sfoggiarli con la sfrontatezza di quella che sa d’essere ormai la nuova favorita. Ed in effetti si tratta di due manufatti di grande pregio: un pendaglio in oro massiccio e lapislazzuli, raffigurante il leone di San Marco mollemente adagiato in una comoda gondola e intento a leggere il Vangelo, e un paio di orecchini di diamanti a forma di tartufo d’Alba. Quello che ha mandato su tutte le furie la Gianfranca, però, non è stata la munificenza del dono, bensì il suo significato “politico”: i due gioielli sono infatti le insegne che sola può portare la "Duchessa di Poenta e Osei”, titolo che permette all’Umberta di rivendicare come propri i territori della Cispadana. Questo titolo la Gianfranca lo agogna invano da più di 15 anni, ma Ber Luscòn non ha mai voluto concederglielo, nemmeno nei giorni spensierati dei mille viaggi insieme nei regni più esotici e delle battute di “caccia al negher” che tanto avevano contribuito a cementare il perduto legame tra i due coniugi. La povera Gianfranca, ormai accecata dall’ira, istruisce così le sue damigelle d’onore, Bocchetta e Granita, affinché in tutti i circoli di taglio e cucito del regno spargano la voce che la relazione del sovrano con l’Umberta è solo di facciata, perchè Ber Luscòn non è più in grado di soddisfare le signore tra le regal lenzuola: sa, infatti, quanto questo dell’orgoglio maschile è un vero punto d’onore per il marito. Il lavoro delle due damigelle è così capillare e veloce, che già dopo pochi giorni tutti i cantastorie del regno debbono aggiornare l’elenco delle loro ballate con La storia del Re Cilecca, già richiestissima ad ogni angolo di strada. Quello che un tempo Ber Luscòn amava chiamare il “popolo dell’Amore”, la grande famiglia dei Moderati, brucia sempre più tra le fiamme di un odio inestinguibile e  lacerante.

Intanto, nel suo palazzo, il Re medita vendetta con i suoi fedelissimi: ripudiare la moglie ribelle non gli basta, vuole anche umiliarla e farle terra bruciata intorno. L’idea migliore viene al giullare di corte, il poeta B(u)ondì: una bella accusa di pedofagia è quel che ci vuole per mettere fuori gioco l’arrogante Regina Gianfranca. Difatti, quest’accusa è, da sempre, il cardine attorno a cui è articolata la strategia di  mantenimento del potere da parte del clan dei Moderati, i quali la utilizzano per bandire dal Regno quei membri dei Progressisti che cerchino di alzare la testa contro l’oppressione di Ber Luscòn. E cosa c’è di meglio di degradare la regina al rango di vile suddito e addirittura di paria per definizione, ovvero di Progressista, per distruggerne fortune ed onore? Si predispone, dunque, una sentenza di condanna per Gianfranca e le sue damigelle: durante il suo messaggio quotidiano al popolo dal balcone della camera da letto, il Re in persona pronunzia la parola fatale: pedofagia! Il popolo è sbigottito, molti quasi non riescono a credere alle parole del Re: ma come, la Regina una pedofaga? Ma se –ricordano alcuni- era stata lei stessa, negli anni passati, ad armare molti sicari per eliminare i Progressisti più accesi e pericolosi? Faceva dunque il doppio gioco?  Forse è stata traviata da qualche amico malfidato? Magari ha un amante tra i pedofagi, che ne ha corrotto l’antico nobile spirito! Povero Re Ber Luscòn, con una tale serpe in seno! Ora ci vuole una pena esemplare!

(Fine della puntata 3432 – Continua…)

Frattini e la mancanza di argomenti: l’iranian style

luglio 14th, 2010 § 2 comments § permalink

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Frattini Da sempre, uno degli argomenti preferiti da chi argomenti non ha è cambiare le carte in tavola, trasformando l’oggetto del contendere in una scelta tra bianco e nero, una falsa dicotomia per cui esisterebbero due sole posizioni possibili, senza sfumature: un esempio eclatante è quanto avvenuto nel 2003 con l’invasione americana dell’Iraq, quando alcuni media ed il governo di allora sostennero che non approvare l’intervento armato contro Saddam sarebbe stato equivalente a schierarsi con il dittatore di Baghdad.

Allo stesso modo, ora chi si oppone alla legge bavaglio sulle intercettazioni viene accusato di volere uno stato di polizia, in cui la vita privata di ciascuno è costantemente “attenzionata” 1 dalle lunghe orecchie delle forze dell’ordine, come se non fosse possibile un compromesso tra le esigenze di tutela della privacy e quelle di investigazione e informazione.

Più in generale, poi, nell’Italia di oggi ogni critica (anche le più Fini e sfumate), diventano un attentato al Paese intero (laddove per paese si intende, comunque, un sol uomo 2 ): ecco allora la famosa accusa di essere “anti-italiani” e di “sfascismo ideologico”.

Non stupisce dunque che il ministro per la Nautica da diporto degli Esteri Frattini, dopo la sorpresa e lo sconcerto (forse colto alla sprovvista, con il suo natante, a spasso in qualche mare esotico) per la presa di posizione ONU contro la medesima legge bavaglio, non riesca a rabberciare una difesa migliore delle solite frasi vuote e sprezzanti riservate alle critiche “interne”: invitare il massimo organismo internazionale a “leggersi il provvedimento” (tralasciando la trivialità non certo da diplomatico dell’espressione) e puntualizzare con un pleonastico “il parlamento è sovrano” che –in sostanza- il governo italiano se ne frega, fa pensare alla tracotanza e ai modi dell’Iran o della Corea del Nord, non certo ad uno stato liberale. Il fatto è che esercitare la democrazia esige un po’ di umiltà, perbacco: anche oggi (per non tornare a fatti vetusti come le leggi razziali) ci sono parlamenti e governi  “sovrani” e pienamente legittimati che, in nome di una supposta esclusiva sulla “volontà popolare” promulgano leggi antilibertarie e contrarie alla carta dei diritti dell’uomo.

  1. ah, le meraviglie della prosa burocratesca…
  2. sempre più un uomo solo, per la verità

Avanti coi cannoli

giugno 29th, 2010 § Commenti disabilitati § permalink

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romanzi_894 Dell’Utri condannato in appello a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa (rispetto al primo grado, pena ridotta di 2 anni per la non sussistenza delle accuse per i fatti dopo il 1992) e poco ci manca che ritornino fuori i famosi “cannoli” di Cuffaro (ma sono certo che una bottiglietta di spumante se la siano aperta, dietro le quinte): gli avvocati difensori cantano vittoria, l’imputato ride e scherza in conferenza stampa, ribadisce di considerare Mangano “il mio eroe” per essere morto omertoso e si vanta come artefice della strategia berlusconiana di avvalersi, durante i processi, della facoltà di non rispondere (legittima finché si vuole, ma non eticamente accettabile da parte di un politico).

In sostanza, una condanna per aver brigato con la mafia allo scopo (quanto meno) di  proteggere e favorire Berlusconi e le sue aziende, sembra a Dell’Utri e a molti del Pdl una bagatella da ragazzetti, di quelli che imbrattano i muri con lo spray (anzi, qualcosa di meno grave, visto con che dispiegamento di forze gli stessi personaggi si scagliano contro i vandali metropolitani).

Un po’ come se uno si rallegrasse perché pure se è stato riconosciuto colpevole di aver ucciso una vecchietta, è stato assolto dall’accusa di averle rubato la borsetta.

Arrogance

giugno 4th, 2010 § 3 comments § permalink

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Il Tremonti visto ieri sera a Ballarò mi è sembrato un Mourinho senza la Champions League: tanta arroganza, poca concretezza. Particolarmente petulante e fastidioso, ha svolto un unico tema, abilmente svicolando da ogni argomento difficile per sè e per il governo: certo, abbiamo dovuto fare una manovra correttiva dei conti pubblici, ma l’ha fatta tutta l’Europa e comunque noi abbiamo tagliato solamente rami secchi. Peccato che molti dei rami secchi siano invece vitali e portino anche bei soldini al nostro paese (vedi l’ Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste, inizialmente cancellato e tuttora in bilico; oppure l’Insean, i cui rappresentanti erano presenti ad Anno Zero): ma che importa, per Tremonti era tutto un “abbiamo tolto un po’ di auto blu e un po’ di poltrone”. Ovvio che, contro argomenti di questo genere, nessuno possa controbattere senza essere poi accusato di volere difendere le famose “caste”: cosa che è puntualmente avvenuta, travolgendo il povero Bersani nel turbine del populismo di governo. Come un disco rotto, il professor Tremonti accusava l’opposizione di essere “l’unica in Europa” a non appoggiare la manovra del proprio paese, con Bersani costretto -ogni volta- a ripartire da zero, a rispiegare che il PD riconosce la necessità di intervenire nel solco di quanto deciso a Bruxelles, ma non può consentire gli ennesimi tagli a Sanità, Scuola ed enti locali. Contro frasi vuote, ma semplici, veloci e beffarde, quali quelle adoperate da Tremonti, i ragionamenti ampi, articolati e di buon senso temo suonino politichese: e si sa, l’italiano odia il politichese (non sempre a ragione).

Spiace notare che, in questo nostro tempo (ma forse è sempre stato così), anche la politica è trattata come una qualsiasi merce: non importa se hai ragione o torto, basta che tu sappia piazzare la tua aspirapolvere. Poi, se questa non funziona, il tuo incauto acquirente lo scoprirà solamente dopo averti firmato una montagna di cambiali e averti salutato sorridente dall’uscio di casa (“sembrava così onesto e preparato, sapeva tutto della sua macchina…peccato si sia dimenticato di menzionare il fatto che il motore non era compreso nell’offerta!”).

Se questo è un pirla

aprile 13th, 2010 § Commenti disabilitati § permalink

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«Il progetto che stavo per mettere in atto lo portavo in me già da lungo tempo. La sua origine rimontava ai miei anni di studentato. Mi riusciva incomprensibile che io potessi vivere una vita fortunata, mentre vedevo intorno a me così tanti uomini afflitti da ansie e dolori [...] Mi aggrediva il pensiero che questa fortuna non fosse una cosa ovvia, ma che dovessi dare qualcosa in cambio [...] Quando mi annunciai come studente al professor Fehling, allora decano della Facoltà di Medicina, egli avrebbe preferito spedirmi dai suoi colleghi di psichiatria»

Albert Schweitzer

 

Da bambino, pensavo alla professione del medico come a quella del missionario: mi sembrava impossibile, una volta conseguita la laurea, non partire -per due o tre anni almeno- alla volta di una qualche struttura pericolante nel cuore dell’Africa. Il mio ideale era Albert Schweitzer: nato musicista, divenuto sacerdote, poi medico nel villaggio africano di Lambarenè. Nobel per la pace, ma di quelli veri. Se pure gli anni mi hanno fatto capire di non essere capace di tanta abnegazione e spirito di sacrificio, nondimeno rimango dell’idea che una vita spesa per gli altri sia la massima realizzazione dell’essere umano. In questo senso, Gino Strada è un esempio per tutti, al di là di ciò che possiamo pensare delle sue idee politiche.

Invece, dalle parti de “il Giornale” non amano molto le sottigliezze del pensiero critico. Dalla prima pagina di oggi:

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Strada e gli appartenenti ad Emergency avversano ogni forma di guerra: per questo criticano ugualmente sia i governi occidentali che si sono imbarcati nel conflitto in Afghanistan che i talebani, i quali per anni hanno martoriato la popolazione del paese. Per Feltri questa posizione non è concepibile: se critichi le “guerre giuste” sei automaticamente un terrorista. Oppure un pirla (come ebbe a dire Farina anche del povero Enzo Baldoni), a farti arrestare o rapire mentre cerchi di aiutare le vittime di un conflitto armato: perché, insomma, ma chi te lo fa fare? Questi ti sparano addosso e tu continui a curarli gratuitamente? Continui a porger loro l’altra guancia? Devi essere proprio un pirla, veh: te lo diciamo ben noi, unici veri depositari dei valori cristiani,  che di andare a rischiare la nostra pellaccia per quelli là non ci attraversa il cervello nemmeno l’idea.

C’è stato, qualche anno fa, un celeberrimo presidente del consiglio di un paese mediterraneo il quale si spinse ad affermare che i magistrati sono “antropologicamente diversi” dal resto della razza umana. Ora, io vorrei poter dire lo stesso di coloro che sul quotidiano di Feltri scrivono cose come quelle odierne: purtroppo, sono ben consapevole invece del fatto che siamo tutti antropologicamente identici. La meschinità è merce di cui ognuno di noi è ben fornito: alcuni, però, evidentemente sentono di esserne più ricchi e, con molta generosità, non si fanno specie di regalarne un po’ al prossimo. La qual cosa mi mette ancor più tristezza e mi costringe a dubitare della bontà del creato.

 

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