Tempi di prosa

ottobre 10th, 2010 § 1 comment § permalink

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Sarà che viviamo in tempi di prosa, per cui la poesia si trova preclusa la strada. Sarà che il romanzo di oggi si scrive facile, si legge rapido e basta la storia. Sarà che a scuola le poesie dovevi mandarle a memoria, ma potevi tranquillamente esentarti dal capirle. Sarà pure che come pacco natalizio l’ultima fatica di Bruno Vespa pesa molto più di un osso di seppia. Sta di fatto che a romanzieri e saggisti pare andar benone: scrivono tomi su tomi (lunghi… che lunghi!), ogni anno se ne escono con il loro nuovo capolavoro, vengono recensiti dappertutto e perfino se raccolgono in volume le ricette della povera nonna qualcuno che le mandi in stampa lo trovano di certo. Nulla di strano se pure le veline faranno uscire, al posto del consueto calendario, un noir scritto a quattro mani.

osso di seppia

 

 

Ma i poeti, signori miei, i poeti?

 

Ebbene i poeti, si sa, sono ormai estinti. Non per colpa loro, penso: chi si lascerebbe estinguere così, senza batter ciglio? Senza nemmeno tentare una mutazione che si adatti ai tempi nuovi? Senza, chessò, riciclarsi lungo la via della canzonetta?  “Ma -obietterete voi, miei colti e pignolerrimi lettori- quel che vai scrivendo son fandonie!” Sapete, difatti, dalle cronachette locali o dai trafiletti abbandonati in mezzo ai necrologi, come escano tuttora, quasi perfino sovente, nuove raccoltine di versi fatti come dio comanda; e che di poeti taluni esemplari ancora, seppur nascosti tra selve di provincia,  compitano amorevolmente rime e assonanze (e magari si ritrovano tra loro a guardarsi straniti per la scarsa attitudine alla compagnia, in quei premi di poesia presso località termali dove per partecipare devi pagare  e se ti va bene vinci una targa o una coppa, come per la cicloturistica). “Eh, ma si tratta di geronti, singoli maestri senza seguito né allievi” -risponderò io. La vena si va esaurendo rapidamente. Dove sono i nuovi Pasolini, i poeti civili? E i cantori del male di vivere, gli interpreti dei nostri giorni tribolati? E se anche vi sono, chi se li fila?

Chi di noi legge poesia, oggi? 

Vita e opere di Cjarlèt Bodlèr

marzo 4th, 2009 § Commenti disabilitati § permalink

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asta44_236 Poeta chioggiotto del secondo Ottocento, Cjarlèt Bodlèr (1840-1909) è ancora quasi uno sconosciuto per il grande pubblico, forse a causa del fatto che tutte le sue liriche sono scritte in un pastiche molto personale tra dialetto locale e italiano. Fu invece un intelletto notevole, attento alle novità letterarie del periodo, anticipatore di molte tematiche dei movimenti letterari di fine secolo, dal decadentismo al futurismo. Pioniere, mediante i suoi famosi sprissombrete, nell’uso di sostanze psicotrope come chiave per aprire la mente all’esperienza poetica (naturalmente intesa in senso precipuamente dionisiaco); portavoce di rara intensità della sofferenza individuale elevata a metafora della condizione umana (si veda la notevole “el mal de gola”), Cjarlet Bodler fu questo, ma non solo. Molti lo considerano infatti un precursore delle mode e delle tendenze come le intendiamo oggi: la sua chioma fluente e ribelle, impastata dal salmastro (gli amici amavano definirlo “lercio caveòn”), costituì l’inarrivabile archetipo per i lirici della Scapigliatura. Autodidatta, visse tutta la vita a bordo della sua barca, scrivendo  rime struggenti su fogli per incartare il pesce. Sparì tra i flutti il 4 marzo 1909, durante una notte di burrasca: la mattina dopo il mare restituì solamente la cesta con le sue poesie. Felice intuizione, dunque, quella del primo curatore della silloge, che volle chiamarla “I fiori del mare”. 

In occasione del centenario della scomparsa di questo Autore dimenticato, vogliamo presentare uno dei suoi testi più significativi, la canzone L’abbrasso.

 

L’abbrasso

(dalla raccolta “I fiori del Mare”)

Ti, co quea boca

verta

che par te me ciami ancora,

come chea prima volta;

ti, che te agiti e te remeni

ta le me brassa,

più de come te fasevi

ta le onde schiumanti,

poco fa;

ti, che de l’ultima luse sospirando

al siel,

poi te cheti.

Te si’ morto, a la fin,

pesse maedeto: te vedarà,

stasera,

che bel brodeto!

                               (Cjarlèt Bodlèr)

Epigramma

novembre 9th, 2007 § Commenti disabilitati § permalink

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Lezione di Dermatologia

Parole gettate al vento:
gomitolo di scarti verbali,
svolto in disegni frattali
in assenza di qualsiasi commento.

(Trieste, a lezione, 24-11-1999)

—————-
Now playing: Josh Rouse – Quiet Town
via FoxyTunes

Rime Scarse I

settembre 29th, 2007 § Commenti disabilitati § permalink

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Autoritratto a tinte fosche

Io.
Sommamente incostante;
cuor di poeta
e mano tremante;
pensiero senza fissa dimora,
perduto nella folla indifferente;
a passo lento, sempre:
nessuno scatto, niente.

Io.
Barba incolta e sorriso declinante;
scivolato nel mondo,
ma inabile alle tante
-troppe- prove di dolore:
un uomo sofferente
d’esser qualcosa
che in fondo, poi, è niente.

Trieste, 8/03/2007

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